Didattica per Competenze, Dadaismo & Co.

Da oggi inauguro una nuova sezione del Blog, dedicata ai libri che ritengo interessanti e utili per innovare la didattica dell’Arte.

Oggi vi parlo di un nuovo libro che sto leggendo in questi giorni, tra un Pia e un Pai: Costruire e certificare competenze con il curricolo verticale nel primo ciclo di R. Trinchero.

Vi racconto come ho scoperto questo libro e per cosa lo sto apprezzando…

Quest’anno, poco prima dell’emergenza Covid-19, ho avuto modo di partecipare nella mia scuola ad una interessante iniziativa formativa, condotta da Roberto Trinchero, docente di Pedagogia Sperimentale e Metodologia della Ricerca Educativa presso l’Università degli Studi di Torino.

Durante l’incontro sono stati approfonditi vari temi, in particolare l’annosa questione legata alla valutazione e allo sviluppo delle competenze.

Ho sempre ritenuto importante questo aspetto nella didattica, perchè preponderante e prioritario rispetto ad un ammasso variegato di conoscenze o abilità acquisite, fini a loro stesse.

“La mente non è un vaso [nè un imbuto] da riempire, ma un fuoco da accendere”, diceva Plutarco, ed è proprio vero, perchè da quel fuoco, da quella scintilla scatenata dalla conoscenza di qualcosa di nuovo… può nascere un’idea, una capacità fino a quel momento sconosciuta o sopita.

Dopo l’incontro con Trinchero, ho quindi cercato il testo di riferimento, scoprendo che propone delle verie e proprie guide operative con una moltitudine di esempi di situazioni-problema. Ovviamente per situazione-problema s’intende una attività che incita al problem solving e innesca la voglia di mettersi in gioco.

Ho sempre proposto attività di questo tipo, come compiti di realtà, perchè le ritengo più stimolanti. Approcciarsi ai ragazzi dando per scontato le loro (presunte) modeste capacità, fa convincere gli stessi ragazzi di questa cosa e li spinge a rinunciare a situazioni estremamente formative, che obbligano ad andare oltre le convenzioni e le apparenze, ad affrontare le novità e i possibili fallimenti.

E che cosa impariamo senza sbagliare? Assolutamente nulla.

Infatti, non si può intendere l’insegnamento, soprattutto quello della materia più creativa in assoluto, come un insieme di procedure tecniche che prescinde dall’attivazione del pensiero e della riflessione di ciò che si è fatto.

Vi faccio un esempio. Un modo diretto, che ho sperimentato negli ultimi anni, per far capire ai ragazzi l’importanza di sbagliare, di sperimentare per il solo gusto di farlo e di attivare il pensiero a prescindere dal risultato puramente estetico, è stato quello di inserire il Dadaismo tra i contenuti imprescindibili del programma e di prevedere dei compiti di realtà connessi all’argomento.

Sorvolando sul gradimento puramente soggettivo, è interessante chiedersi perchè questo argomento sia però spesso “schivato” dalla classe insegnante… La risposta dei docenti a questa domanda si limita spesso a : “I ragazzi non lo capiscono. Meglio fare il Cubismo”.

Ma perchè, cosa accade nella testa di un 14enne alla vista di una Fontana di Duchamp o di un’opera di Ernst dettata dal caso? Forse è vero, inizialmente, non lo capiscono.

Inizialmente… perchè a primo impatto tutto questo provoca ilarità, incredulità, caos generale in cui prevale soprattutto l’esclamazione da più voci “ma quelle cose posso farle anch’io!”. C’è tutto questo e non è semplice gestire una reazione così esagerata. (Per me già questa reazione, questo impeto è già un traguardo, ma questo è un altro discorso…)

Dopo aver spiegato il Dadaismo, c’è ogni singola volta una fase successiva (“la fase del risveglio”, la chiamo così), in cui molti iniziano a metabolizzare e a chiedersi: perchè limitare la creatività* ad ambiti specifici? Quindi la creatività non è solo disegno, pittura o scultura? Ma, soprattutto, perchè non dare stessa dignità anche al pensiero?

(*Se ci pensiamo bene, “creatività” è un termine che indica la capacità cognitiva della mente di creare e inventare e che quindi antepone il pensiero all’azione.)

Puntualmente, a distanza di qualche settimana, gli studenti iniziano a trovare più interessante e vicino a loro Duchamp rispetto a Monet o Gauguin. Ovviamente non tutti, ma spesso i più fragili, i più distanti, o i più curiosi che manifestano spontaneamente il loro apprezzamento e cominciano a divertirsi molto di più, con spensieratezza, durante le lezioni. Si spalanca, dunque, la porta della creatività.

Solo attraverso momenti di pura sperimentazione, compiuti senza aspettative “castranti” o vincolate a un risultato atteso e programmato, si realizza un processo formativo autentico che aiuta a mettere in luce doti o competenze che nelle esercitazioni guidate non emergono. La sperimentazione è formativa e attiva,  più di qualsiasi risultato finale, perchè aiuta a scoprire cosa sappiamo fare e cosa è meglio evitare, cosa ci piace e cosa detestiamo. Tramite essa riusciamo a capire chi siamo,

 

Dopo questo infinito volo pindarico, frutto di frenesia nella scrittura, guidata da pensieri spesso per me ricorrenti… torno a questo libro… e cosa posso dire? Lo ritengo certamente un testo valido e stimolante perchè offre vari spunti e protocolli pratici da applicare nei vari ambiti disciplinari.

Davvero un’ottima lettura.

Perchè leggerlo? Per ripartire a settembre (in modalità in presenza o DaD che sia) con tanta voglia di sperimentare e di non fare sempre le stesse cose.

Siate sperimentatori, non detentori del sapere!

 

P.S. : Chiudo con un’immagine strana, forse enigmatica per alcuni… ma dalla chiara ironia per chi, come i miei alunni, ha approfondito il Dadaismo quest’anno. 🙂

Post Author: La Prof

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